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2.1 – Le comunità virtuali


Secondo alcuni studiosi, nelle comunità virtuali si creano dei vincoli così profondi tra i partecipanti da dare origine a vere e proprie comunità. Anzi, le comunità virtuali sarebbero fortemente solidali e disinteressate, poiché si basano sulla comunanza di interesse intellettuale e non sugli interessi materiali, sulla territorialità o sui vincoli di razza. Inoltre l’interazione non visiva consentirebbe di superare tutti gli ostacoli e le diffidenze fondate sulla differenza, sia essa di genere, razza o classe, che invece rendono conflittuale la convivenza sociale nel mondo reale. La comunicazione telematica sarebbe dunque democratica ed egualitaria per sua intrinseca natura.
Naturalmente non tutti gli studiosi concordano su queste tesi e vi sono dei punti oscuri a riguardo. In primo luogo, si osserva, questa forma di socializzazione è basata esclusivamente sulla interazione comunicativa mediata da computer (computer mediated communication, in breve CMC), una comunicazione limitata in gran parte (almeno per ora) allo scambio di messaggi scritti.
Ma è ampiamente dimostrato come nella comunicazione interpersonale i messaggi non verbali come la mimica facciale, il tono della voce, la gestualità, la disposizione spaziale degli interlocutori (la parte della scrivania alla quale ci si siede ha la sua importanza!) svolgano un ruolo fondamentale (ad esempio per veicolare i rapporti gerarchici). Tutti questi aspetti nella CMC mancano.
Per supplire alla mancanza di informazioni non verbali si sono sviluppate degli espedienti simbolici. Ad esempio le “emoticons”, simboli convenzionali che cercano di trasferire nella comunicazione scritta segnali emotivi in genere veicolati da tratti soprasegmentali e gestuali della comunicazione orale: la faccina triste “:-(“ indica uno stato d’ animo di sconforto, mentre quella che sorride “:-)” segnala un atteggiamento allegro o scherzoso (le emoticons di norma vanno interpretate ruotandole di novanta gradi).
Studi sperimentali hanno comunque evidenziato come questa limitazione implichi delle distorsioni rispetto ai normali rapporti interpersonali basati sulla vicinanza fisica con l’ interlocutore.
In questo ambito sono note le ricerche di Sara Kiesler7, psicologa sociale, che ha studiato la comunicazione elettronica nel contesto aziendale. I risultati della sua ricerca hanno dimostrato come, all’ interno di comunità lavorative, relazioni gerarchiche ben delineate vengano attenuate, o addirittura scompaiano, quando i contatti interpersonali sono affidati alla posta elettronica.
Molti dipendenti, infatti, rivelano attraverso la corrispondenza elettronica personalità estroverse, acquisendo la capacità di contraddire i propri superiori – rispetto ai quali, durante lo svolgimento delle normali attività lavorative, dimostrano invece subordinazione e timore – e di proporre soluzioni e indirizzi lavorativi personali e originali. Sebbene questi risultati siano stati successivamente criticati, essi dimostrano come la CMC rimoduli in forme non sempre prevedibili i rapporti sociali.
In secondo luogo, tornando alle critiche sulla tesi di Rheingold, la natura immateriale della CMC permette di assumere persone (nel senso etimologico del termine) fittizie, di manifestare opinioni cui non si aderisce veramente, di mistificare aspetti della propria natura biologica e psicologica.
Anche se è difficile (e ancora una volta studi sperimentali lo dimostrano) sostenere a lungo in modo convincente ruoli e personalità fittizie, questo genere di fenomeni mina il principio di responsabilità individuale e dunque mette in crisi il vincolo di fiducia tra i membri della comunità. Lo stesso Rheingold, ritornando a riflettere di recente su questi temi, ha assunto una posizione più problematica e meditata:
“Non si ha una persona reale di fronte e non la si incontrerà mai. Ecco perché, forse, non si avrà lo stesso senso di responsabilità che si ha con il vicino di casa. È anche facile, una volta collegati, mascherare la propria identità fingendo di essere qualcun altro. Le persone poco gentili possono fingere di esserlo e viceversa. Alcuni cercheranno di ingannarvi in comunicazioni sociali o economiche per le quali è possibile non sentirsi preparati. Ritengo sia importante che la gente capisca come utilizzare questo medium, così da non essere più sorpresi quando la gente pRetende di essere quello che non è… Quando si è in Rete, visto che non si ha la persona di fronte, non la si vedrà piangere se la si ferisce e nessuno potrà picchiarvi se riceve un insulto. Bisogna essere molto cauti nell’ utilizzare la parola ’ comunità’ . Penso che la gente collegata possa sviluppare relazioni e possa incontrarsi nel mondo reale. Questo è un modo magnifico di connettersi con la gente che condivide valori e idee. Se non si ha una vera connessione, l’ idea di comunità diventa abbastanza distante dalla nostra idea tradizionale di comunità”8.
Per questi motivi numerosi studiosi ritengono che a proposito dei processi di socializzazione on-line si debba piuttosto parlare di pseudocomunità, soprattutto in considerazione del fatto che il fenomeno ha subito una profonda trasformazione con il passare degli anni e la conseguente evoluzione della Rete. In effetti gli ultimi sviluppi nell’ ambito delle comunità virtuali sembrano avallare queste posizioni.
La comunità virtuale che Rheingold ha descritto nel suo celebre libro, la famosa “The Well” ( http://www.thewell.com ), è ancora oggi una comunità assai vitale.
Naturalmente con il passare del tempo si è progressivamente modificata, trasferendosi sul Web e implementando vari servizi aggiuntivi. Ma il suo cuore sono ancora le famose aree di discussione, dove capita spesso di incontrare personaggi ormai famosi. E nonostante tutto, girando tra le varie pagine del sito, si percepisce chiaramente la volontà di mantenere un livello qualitativo pari al blasone e una certa atmosfera esclusiva.
Questa esperienza appena citata, nata intorno alla metà degli anni ’80 – quando Internet era ancora per pochi – fa ormai parte della storia remota della Rete.

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