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2.1 – Le comunità virtuali

Il concetto di “comunità” nell’ accezione moderna del termine è stato introdotto nella riflessione sociologica da Ferdinand Tönnies, alla fine dell’ 800, in un libro intitolato “Gemeinschaft und Gesellschaft“5.
Il sociologo tedesco intendeva descrivere con i due termini, rispettivamente, la comunità tradizionale premoderna e la formazione sociale moderna e industriale, analizzando la trasformazione in corso dall’ una all’ altra.
Da allora la fortuna di questo termine è stata notevole e la sua estensione semantica si è progressivamente dilatata, fino a comprendere collettività sociali di natura assai diversa: dal circolo bocciofilo di quartiere alla comunità internazionale.
L’ idea di fondo è che una comunità sia costituita da un gruppo di persone legate ed unite da solidarietà e riconoscimento reciproco, rapporti interpersonali, valori, interessi a lungo termine, azioni condivise.
I due fattori che favoriscono l’ emergere di una comunità sarebbero dunque la prossimità spazio-temporale – la condivisione di un territorio che renda possibile la conoscenza e le relazioni personali – e la comunicazione tra i membri (non a caso i due termini “comunità” e “comunicazione” hanno radice comune).
Tuttavia l’ elemento della co-territorialità e della conseguente interazione fisica non è sempre indispensabile affinché si diano processi di costituzione di una comunità.
Ad esempio, si parla spesso della comunità scientifica internazionale: persone che hanno in comune scopi, metodi di ricerca e un patrimonio culturale e cognitivo relativamente uniforme e che comunicano prevalentemente attraverso pubblicazioni scientifiche; gli incontri fisici (meeting e convegni) sono solo occasionali, anche se contribuiscono in maniera forse determinante nel fornire al singolo il senso di appartenenza alla comunità.
Le possibilità di socializzare, condividere problemi, aspettative, emozioni, nel caso di simili “comunità a distanza” sono tuttavia abbastanza rare: nell’ immaginario comune termini come “comunità scientifica internazionale” sono più che altro astrazioni.
Quello che manca a questo tipo di comunità non è la possibilità di comunicare in genere ma la possibilità di farlo in maniera continua e naturale: manca un luogo, o un insieme di luoghi, che sia condivisibile e universalmente riconosciuto dai membri della comunità come sito conventuale.
Ma un punto d’ incontro di questo tipo non deve necessariamente avere una realtà fisica: può essere un luogo virtuale accessibile per via telematica. Su questa considerazione si è basata la nascita del concetto di comunità virtuale, la cui fortuna si deve al famoso libro di Howard Rheingold “The Virtual Community”6.
Secondo il giornalista americano “le comunità virtuali sono aggregazioni sociali che emergono […] quando un certo numero di persone porta avanti delle discussioni pubbliche sufficientemente a lungo, con un certo livello di emozioni umane, tanto da formare dei reticoli di relazioni sociali personali nel ciberspazio”.
In effetti su Internet, quotidianamente, milioni di persone provenienti da ogni parte del pianeta si incontrano nei newsgroup, nei canali IRC, nelle chat delle grandi Web communities o in quelle di piccoli siti; discutono di problemi sia personali sia di lavoro, fanno quattro chiacchiere, o semplicemente giocano insieme.
Queste persone stabiliscono una relazione comunicativa molto stretta, orientata da interessi comuni e valori condivisi, e in alcuni casi arrivano a conoscersi a fondo, con un forte coinvolgimento emotivo e affettivo (sono ormai noti numerosi casi di relazioni di coppia nate da frequentazioni virtuali); e ciò avviene, nella maggior parte dei casi, senza che si siano mai incontrate di persona. Questi fenomeni di socializzazione on-line sono stati oggetto di una mole ormai sterminata di studi.

Secondo alcuni studiosi, nelle comunità virtuali si creano dei vincoli così profondi tra i partecipanti da dare origine a vere e proprie comunità. Anzi, le comunità virtuali sarebbero fortemente solidali e disinteressate, poiché si basano sulla comunanza di interesse intellettuale e non sugli interessi materiali, sulla territorialità o sui vincoli di razza. Inoltre l’interazione non visiva consentirebbe di superare tutti gli ostacoli e le diffidenze fondate sulla differenza, sia essa di genere, razza o classe, che invece rendono conflittuale la convivenza sociale nel mondo reale. La comunicazione telematica sarebbe dunque democratica ed egualitaria per sua intrinseca natura.
Naturalmente non tutti gli studiosi concordano su queste tesi e vi sono dei punti oscuri a riguardo. In primo luogo, si osserva, questa forma di socializzazione è basata esclusivamente sulla interazione comunicativa mediata da computer (computer mediated communication, in breve CMC), una comunicazione limitata in gran parte (almeno per ora) allo scambio di messaggi scritti.
Ma è ampiamente dimostrato come nella comunicazione interpersonale i messaggi non verbali come la mimica facciale, il tono della voce, la gestualità, la disposizione spaziale degli interlocutori (la parte della scrivania alla quale ci si siede ha la sua importanza!) svolgano un ruolo fondamentale (ad esempio per veicolare i rapporti gerarchici). Tutti questi aspetti nella CMC mancano.
Per supplire alla mancanza di informazioni non verbali si sono sviluppate degli espedienti simbolici. Ad esempio le “emoticons”, simboli convenzionali che cercano di trasferire nella comunicazione scritta segnali emotivi in genere veicolati da tratti soprasegmentali e gestuali della comunicazione orale: la faccina triste “:-(“ indica uno stato d’ animo di sconforto, mentre quella che sorride “:-)” segnala un atteggiamento allegro o scherzoso (le emoticons di norma vanno interpretate ruotandole di novanta gradi).
Studi sperimentali hanno comunque evidenziato come questa limitazione implichi delle distorsioni rispetto ai normali rapporti interpersonali basati sulla vicinanza fisica con l’ interlocutore.
In questo ambito sono note le ricerche di Sara Kiesler7, psicologa sociale, che ha studiato la comunicazione elettronica nel contesto aziendale. I risultati della sua ricerca hanno dimostrato come, all’ interno di comunità lavorative, relazioni gerarchiche ben delineate vengano attenuate, o addirittura scompaiano, quando i contatti interpersonali sono affidati alla posta elettronica.
Molti dipendenti, infatti, rivelano attraverso la corrispondenza elettronica personalità estroverse, acquisendo la capacità di contraddire i propri superiori – rispetto ai quali, durante lo svolgimento delle normali attività lavorative, dimostrano invece subordinazione e timore – e di proporre soluzioni e indirizzi lavorativi personali e originali. Sebbene questi risultati siano stati successivamente criticati, essi dimostrano come la CMC rimoduli in forme non sempre prevedibili i rapporti sociali.
In secondo luogo, tornando alle critiche sulla tesi di Rheingold, la natura immateriale della CMC permette di assumere persone (nel senso etimologico del termine) fittizie, di manifestare opinioni cui non si aderisce veramente, di mistificare aspetti della propria natura biologica e psicologica.
Anche se è difficile (e ancora una volta studi sperimentali lo dimostrano) sostenere a lungo in modo convincente ruoli e personalità fittizie, questo genere di fenomeni mina il principio di responsabilità individuale e dunque mette in crisi il vincolo di fiducia tra i membri della comunità. Lo stesso Rheingold, ritornando a riflettere di recente su questi temi, ha assunto una posizione più problematica e meditata:
“Non si ha una persona reale di fronte e non la si incontrerà mai. Ecco perché, forse, non si avrà lo stesso senso di responsabilità che si ha con il vicino di casa. È anche facile, una volta collegati, mascherare la propria identità fingendo di essere qualcun altro. Le persone poco gentili possono fingere di esserlo e viceversa. Alcuni cercheranno di ingannarvi in comunicazioni sociali o economiche per le quali è possibile non sentirsi preparati. Ritengo sia importante che la gente capisca come utilizzare questo medium, così da non essere più sorpresi quando la gente pRetende di essere quello che non è… Quando si è in Rete, visto che non si ha la persona di fronte, non la si vedrà piangere se la si ferisce e nessuno potrà picchiarvi se riceve un insulto. Bisogna essere molto cauti nell’ utilizzare la parola ’ comunità’ . Penso che la gente collegata possa sviluppare relazioni e possa incontrarsi nel mondo reale. Questo è un modo magnifico di connettersi con la gente che condivide valori e idee. Se non si ha una vera connessione, l’ idea di comunità diventa abbastanza distante dalla nostra idea tradizionale di comunità”8.
Per questi motivi numerosi studiosi ritengono che a proposito dei processi di socializzazione on-line si debba piuttosto parlare di pseudocomunità, soprattutto in considerazione del fatto che il fenomeno ha subito una profonda trasformazione con il passare degli anni e la conseguente evoluzione della Rete. In effetti gli ultimi sviluppi nell’ ambito delle comunità virtuali sembrano avallare queste posizioni.
La comunità virtuale che Rheingold ha descritto nel suo celebre libro, la famosa “The Well” ( http://www.thewell.com ), è ancora oggi una comunità assai vitale.
Naturalmente con il passare del tempo si è progressivamente modificata, trasferendosi sul Web e implementando vari servizi aggiuntivi. Ma il suo cuore sono ancora le famose aree di discussione, dove capita spesso di incontrare personaggi ormai famosi. E nonostante tutto, girando tra le varie pagine del sito, si percepisce chiaramente la volontà di mantenere un livello qualitativo pari al blasone e una certa atmosfera esclusiva.
Questa esperienza appena citata, nata intorno alla metà degli anni ’80 – quando Internet era ancora per pochi – fa ormai parte della storia remota della Rete.

Oggi la collocazione sociale e culturale dei milioni di utenti è decisamente cambiata e di conseguenza diverso è il profilo degli attuali partecipanti alle comunità virtuali.
All’ epoca in cui “The Well” fu fondata, l’ utenza era più omogenea e coloro che usavano Internet erano spontaneamente spinti a costruire qualcosa di nuovo insieme, a realizzare servizi, punti d’ incontro, giochi, attraverso quello che appariva come un nuovo strumento di comunicazione peraltro completamente autogestito dagli utenti stessi.
Oggi, con la commercializzazione della Rete, le cose sono cambiate. I grandi gruppi imprenditoriali che hanno investito nella Rete considerano gli utenti come una massa di potenziali acquirenti o come un numero sterminato di contatti pubblicitari da rivendere con profitto agli sponsor. E le comunità (o pseudocomunità) virtuali sono state individuate come uno dei mezzi più efficienti per attirare utenti.
Tuttavia, a completamento di queto quadro introduttivo, c’ è da aggiungere che, sebbene le comunità virtuali non siano realtà speculari a quelle reali, molti dei meccanismi e dei processi funzionali si ritrovano anche in Internet con lo scopo finale di aggregazione e socializzazione per gli utenti che vi partecipano.
La Rete, come fenomeno di massa, serve per comunicare e per far interagire tra loro i milioni di utenti che ogni giorno si collegano. Per questa ragione tutti i grandi portali generalisti si sono dotati di servizi di comunità virtuale che mettono a disposizione di tutti forum di discussione e spazi gratuiti per mettere in Rete siti Web personali.
In alcuni casi comunità virtuali storiche nate in modo autonomo sono state acquisite in blocco e rifunzionalizzate. È questo il caso di sigle storiche come Geocities ( http://geocities.yahoo.com/ ), una vera e propria “città di home page” , divisa in quartieri e isolati, acquisita alcuni anni fa da Yahoo!.
L’ enorme numero di utenti di Geocities garantisce un alto numero di contatti tra gli iscritti e la possibilità, in modo semplice e veloce, di potersi conquistare uno spazio in Rete. Il corrispettivo per l’ azienda è invece rappresentato dalla popolarità che permette a Yahoo! di vendere a caro prezzo i propri banner pubblicitari.
È invece finita nel gruppo Terra-Lycos l’ altra famosa comunità virtuale, Tripod ( http://www.tripod.lycos.com/ ).
Creata da Bo Peabody nel 1992, Tripod è stato uno dei primi servizi della Rete a offrire spazi macchina gratuiti a disposizione degli utenti per creare le proprie pagine Web. Sterminate comunità (ma forse sarebbe meglio parlare di reti di sotto-comunità) si raccolgono poi attorno ai grandi portali: ancora Yahoo! ( http://www.yahoo.com/ ), ma anche MSN ( http://www.msn.com/ ) e altri.
Anche i portali italiani si sono dotati di servizi di comunità virtuale. Virgilio-Tin.it gestisce Atlantide ( http://atlantide.virgilio.it/ ) – uno spazio che vanta ormai decine di migliaia di iscritti e offre una serie di aree tematiche, sistemi per appuntamenti on-line, aree di discussione personalizzate e un sistema di Web chat – e Xoom ( http://xoom.virgilio.it/ ), un servizio per la creazione di siti Web personali.
Libero, il portale Wind, ha creato Digiland ( http://digiland.libero.it/ ), anch’ essa dotata di una serie di aree tematiche di discussione completamente aperte al pubblico, servizi di forum e chat, spazio Web personale. Clarence ( http://www.clarence.it/ ), del gruppo Dada, offre anch’ esso servizi di Web community di tutto rispetto e un approccio divertito e irriverente all’ uso della Rete, anche se il sito è un po’ inflazionato dall’ offerta di loghi, suonerie e messaggi MMS per cellulari.
In un prossimo futuro è molto probabile che gli sviluppi delle infrastrutture telematiche permetteranno un deciso balzo in avanti in questo settore.
Solo da qualche tempo iniziano a sorgere le prime questioni sulle possibili problematiche legate alla gestione delle grandi community. La presenza di potenti gruppi industriali e grossi investimenti alle spalle delle comunità di Rete lascia molti dubbi sulla capacità di autogestione di questi spazi elettronici da parte dei loro frequentatori.
A esser pessimisti, si potrebbe dire che creare una comunità virtuale potrebbe essere un modo per concentrare un enorme potere economico – ma forse un giorno anche politico – in mano di pochi grandi gruppi. Potere basato su forme di socializzazione che, da valore aggiunto della Rete, rischiano di rivelarsi strumenti di controllo sociale.
Le comunità virtuali rischiano così di trasformarsi in consessi frequentati da masse di potenziali consumatori in mano a grandi gruppi commerciali e a professionisti della comunicazione di massa. Ma resta pur vero, per concedere qualcosa all’ ottimismo, che anche nell’ ambito delle comunità virtuali più marcatamente commerciali moltissime persone si “incontrano” ancora in modo spontaneo: per passare il tempo, condividere interessi e fare nuove conoscenze.
A conclusione di questo paragrafo possiamo dare una definizione generale di comunità virtuale: una web community è un’ entità formata da un gruppo di persone con una serie di interessi e obiettivi condivisi, interessate a conoscersi sempre meglio nel corso del tempo.