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1.3 – Il Boom italiano


Il 1999 segna lo spartiacque tra un paese che poco conosce la Rete e una società che ha riposto su Internet grandi speranze per un rilancio dell’ economia.
Tra la fine dell ’99 e l’ inizio dell’ anno 2000 parole come Internet banking, trading on-line, e-commerce, net stocks entrano di prepotenza a far parte del linguaggio quotidiano comune. Nasce – anche in Italia – la New Economy, la finanza del nuovo millennio.
Guadagni, investimenti, servizi, volumi d’ affari si spostano – dai canali tradizionali – al nuovo mondo creato dalla Rete. È un periodo di grossa espansione, senza precedenti e in breve tempo nascono nuovi siti, nuovi servizi, nuove società che hanno fatto della Rete il loro campo d’ azione.
Un’ azienda su tutte, Tiscali, rappresenta in modo emblematico le modalità di questo progresso accelerato. Renato Soru, il fondatore della società sarda, vince la sfida del primo provider gratuito italiano e viene quotata in borsa con una valutazione stratosferica.
A seguire, molte altre società tentano la via dell’ oro per conquistarsi un posto di rilievo nella New Economy Italiana.
Si pensa che il vero motore di questa espansione sia la pubblicità. Il volume d’ affari è impressionante, i miliardi di lire investiti sono migliaia. Se è vero che la pubblicità è l’ anima del commercio, allora la Rete è un mondo vergine ancora da esplorare, dove gli sponsor hanno moltissimo spazio da conquistare.
Il teorema che vige in quel periodo è semplice: le società offrono servizi su Internet; i servizi offerti hanno dei costi; la copertura dei costi è assicurata dalla vendita di pubblicità online; gli utenti finali, usufruendo gratuitamente dei servizi, si moltiplicano a dismisura e compensano gli investimenti degli sponsor.
Ma qualcosa è andato storto e migliaia di miliardi di lire sono stati bruciati dall’ aprile del 2000 a oggi. I 6 mesi forse più pazzi della storia dell’ economia del XX secolo si sono rivelati una “grande bolla“ destinata a sgonfiarsi in breve tempo, non senza danni economici sia per grandi società che per piccoli investitori.
Prima di chiedersi quale sia stato il motivo che abbia generato questo dannoso flop c’ è da interrogarsi se, come prima causa, non ci sia stato un enorme errore di valutazione – e quindi sopravvulatazione – delle potenzialità in ambito economico della Rete.
È fuori da ogni dubbio che sia stata proprio un’ euforia generale, senza limiti, ad aver determinato un sovraccarico – di investimenti e di speranze – sulla New Economy.
Domenico Siniscalco, professore di economia a Torino, intervistato per “La Repubblica”, afferma:
“Tutto era come impazzito. Certi titoli hanno conosciuto aumenti dell’ 8000 per cento ma la storia dell’ economia, sin dal 1600, è piena di questi episodi.
Succede che un certo numero di persone inizia a sbagliare in buona fede e poi l’ errore si sostiene da sè, per altri errori e per speculazione.
Per esempio chi gestisce un fondo sa che la sopravvalutazione esiste ma vive al suo interno perché sa anche che può durare anni, com’ è successo in Giappone negli anni ’90 e negli Usa, prima del flop.
In un contesto del genere, quando tutti guadagnano come pazzi, per una banca d’ affari o per un asset manager è duro star fuori. Anche se non capisce esattamente di che business si tratta, vede che tutti fanno soldi e non può astenersi“.
Inoltre gli analisti si sono dovuti esprimere su realtà largamente sconosciute, cercando di capire quanto successo avrebbe potuto avere una compagnia che regalava accessi alla Rete o un’ altra che distribuiva, a due lire, musica via web.
Il caso di Seat è esplicativo: da 7 euro a 0,7 ad azione in un anno e mezzo, con una picchiata senza precedenti. Eppure le dichiarazioni dei manager di allora non tradivano alcuna incertezza : “Da oggi l’ e-commerce italiano è Seat-Tin.it. Il resto sarà semplice contorno“ faceva sapere, il 16 marzo 2000, l’ amministratore delegato Lorenzo Pellicioli.
Alla base di questa dichiarazione c’ era “[..] l’ innesto nella società di una grossa dose di attività Internet accreditata di sviluppi stratosferici [..]” che aveva fatto lievitare il valore dell’ insieme a ben 80 mila miliardi. E nonostante Seat avesse chiuso il ’99 con un fatturato di 1907 miliardi contro i 146 di Tin, quando nel febbraio del 2000 si parlò di fusione tra le due società, Ernst & Young le valutò praticamente alla pari, oltre 40 mila miliardi ciascuna.
I 7 euro che l’ eccitata azione toccò allora sono sprofondati sotto quota 1 euro e un recentissimo report di Intermonte Securities afferma oggi che “il valore delle attività Internet dell’ azienda equivale a zero“. È come dire che quello che è stato fatto in quegli anni non esiste.

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