“Chattare“ non è altro che usare Internet per dialogare.
La fase più difficile – sul piano psicologico – è l’ inizio, il trovarsi cioè catapultati in un mondo dove l’ interazione sociale si fonda su presupposti e modalità molto diversi da quelli che si usano dal vivo.
Nel mondo reale abbiamo molti modi di definire la nostra identità, in chat il modo migliore per cambiare identità è darsi un soprannome con cui si può rivelare l’ interesse per un argomento, l’ appartenenza a un gruppo specifico attraverso i propri gusti musicali, letterari o altro.
La caratteristica fondamentale è che la comunicazione avviene con testi scritti, il che influenza il contenuto del messaggio che tende, quindi, a essere più semplice anche se può lasciare spazio a diverse interpretazioni data la mancanza di un “tono“ imposto con la voce o con l’ espressione facciale. Questa maggiore semplicità e naturalezza del linguaggio può portare, insiema alla possibilità dell’ anonimato, ad una maggiore sincerità: nonostante lo pseudonimo, i partecipanti finiscono infatti, molto spesso, per mettere a nudo i propri sentimenti, il proprio carattere e per far conoscere rapidamente agli altri il proprio stile di vita, i desideri più intimi, i problemi quotidiani.
Sebbene tutto questo possa avvenire anche in un forum, le chat sono più adatte a discorsi di questo tipo: le modalità di discussione, la caratteristica sincrona del mezzo, fanno sì che le chat vengano viste come un “salotto amichevole” in cui poter scambiare quattro chiacchiere senza paure e senza freni.
Sono noti, infatti, moltissi casi di “esasperazione di comportamenti“ in cui, ad esempio, la tranquilla casalinga o il manager di successo assumono personalità e ruoli che, in ambito sociale, non avrebbero mai adottato perchè sarebbero stati censurati.
In chat, infatti, viene a mancare il cosiddetto feed-back: non vediamo se i messaggi che abbiamo digitato hanno offeso o rattristato qualcuno e gli altri non possono reagire fisicamente o passare alle maniere forti se siamo maleducati o arroganti. La comunicazione sincrona in un mondo virtuale offre una “situazione protetta“: si recita digitando parole e i messaggi scritti formano un’ interazione sociale vista come un gioco.
Da una ricerca del Censis21 risulta che gli internauti italiani (aprile 2003) siano 14 milioni, il 32% della popolazione adulta. In tre anni sono cresciuti del 49%, dato che nel 2000 erano ancora 9,4 milioni.
Si tratta senz’ altro di un dato decisamente incoraggiante per l’ Italia che, rispetto agli Stati Uniti e ad alcuni paesi europei, è ancora indietro.
Sebbene la strada dell’ informatizzazione sia ancora molto lunga, si può dire che Internet stia entrando nelle case degli italiani e diventando parte integrante della famiglia. Dalla ricerca, infatti, risulta che è a casa in maggior misura che gli italiani accedono ad Internet, piuttosto che da lavoro o in luoghi pubblici. Solo il 4,6% si collega esclusivamente dal luogo di lavoro o studio e il 9,4% lo fa sia da casa che dal luogo di lavoro contro il 17,3% che si collega sempre e solo da casa.
Il processo di alfabetizzazione informatica sta quindi seguendo un percorso “privato“ e non pubblico. È l’ introduzione delle tecnologie nelle case e l’ uso a scopi ludici o di interesse personale a guidare gli italiani su Internet.
Gli utenti della Rete italiana sono sono più uomini che donne, al di sotto dei 45 anni, con un più elevato titolo di studio e una occupazione professionale.
L’ uso di Internet è abituale per le attività di ricerca delle informazioni e per l’ invio di posta elettronica: il 90,3% degli utenti di Internet naviga tra i siti alla ricerca di informazioni e il 60,8% dichiara di aver inviato o ricevuto una e-mail nell’ ultima settimana. Meno frequenti sono le attività di prenotazione, acquisto e transazione on line e di pubblicazione su web. In queste due ultime attività è riscontrabile un particolare impegno di categorie in maggioranza lontane dall’ uso di Internet: ciò significa che chi, con basso titolo di studio ed età elevata, fa uso di Internet è molto motivato e qualificato.
Andando ancora più a fondo si può notare come Internet sia lo strumento che, forse più di ogni altro, segna veramente la differenza tra uso giovanile e adulto dei mezzi di comunicazione. Si connette ad Internet più o meno frequentemente il 58,7% dei giovani, un dato che corrisponde all’ incirca al triplo di quanto accade tra gli adulti.
E tra i giovani ben il 32% dei naviganti utilizza Internet principalmente per chattare e scambiare messaggi in tempo reale. Si può capire chiaramente, quindi, quanto sia vasto e popolato il mondo delle chat.
Per molti ragazzi di oggi, “chattare” è diventato un modo divertente per fare nuove conoscenze, per parlare di sé, per dar sfogo alla propria emotività e alle proprie aspirazioni.
Se ci si collega a una chat di quelle più frequentate, i messaggi dei giovanissimi sono un’ enormità: si parla di tutto ma, e soprattutto, di amore. Sì, perché uno dei motivi prioritari per chi utilizza una chat è “rimorchiare“, almeno virtualmente, visto che nella realtà spesso e volentieri molti ragazzi sarebbero terribilmente imbarazzati e non oserebbero mai abbordare qualcuno che è dell’ altro sesso. Così i partecipanti si avvicinano tra loro usando messaggi spiritosi ma anche romantici, a volte persino osé.
Sempre da una ricerca del Censis, risulta infatti che le chat vengono utilizzate principalmente, e non solo dai giovani, per due scopi: fare amicizia e ricerca di amore/sesso.
La chat, quindi, è essenzialmente un mondo di relazioni interpersonali; un mondo e un campo che differiscono da quelli a cui siamo abituati a pensare secondo la nostra esperienza “tradizionale“, per il fatto di non implicare e richiedere nessuna prossimità o contiguità geografica, nessuna specifica corporeità fisica: nient’ altro, insomma, che l’ intenzionalità o l’ investimento di un incontro o di una frequentazione.
Agli adolescenti le chat possono fornire lo spazio per vivere quella condizione che lo psicanalista Erik Erikson ha definito “moratoria psicosociale”22, ossia un periodo di interazione intensa con la gente e con le idee, di amicizie appassionate e di sperimentazione di esperienze, ruoli e identità diverse, senza tuttavia impegnarsi in scelte definitive e vincolanti.
La moratoria adolescenziale facilita lo sviluppo del Sé, del senso personale di quello che dà significato alla vita. Nel mondo reale, però, non esiste mai una moratoria completa e la sperimentazione può comportare dei rischi anche rilevanti: la guida spericolata può portare alla morte dei ragazzi, l’ uso della droga ha conseguenze devastanti, il sesso senza precauzioni può portare alla gravidanza adolescenziale o all’ Aids.
Le comunità virtuali sembrano invece offrire una moratoria non rischiosa: negli spazi della Rete un giovane può osare di più; può giocare con i ruoli e i sentimenti; può indossare maschere diverse per mettersi alla prova, vedere l’ effetto che fa; può approfondire la conoscenza di sé e degli altri, invertire i ruoli, mettere in campo più alter-ego contemporaneamente.
Insomma, i ragazzi hanno oggi a disposizione un nuovo palcoscenico su cui muoversi negli anni della “sospensione“ adolescenziale. Unico rischio: che vi ci si installino al punto da non volerne più riemergere, confondendo ciò che è reale con il virtuale e viceversa.